
Negli ultimi decenni il mondo dei mass media è stato interessato da sostanziali cambiamenti che hanno profondamente modificato le pratiche quotidiane dei redattori, le logiche interne ai giornali ed il modo in cui i giornalisti guardano verso il loro stesso mondo. Recenti ricerche (si veda in particolar modo Picard, 2004) hanno dimostrato come i mezzi di comunicazione di massa stiano attualmente vivendo un periodo in cui la tradizionale funzione di servizio pubblico – che rappresenta, o dovrebbe rappresentare, una componente di primaria importanza dell’identità dei media stessi – viene gradualmente ridimensionata, conseguentemente ad un crescente fenomeno di commercializzazione dell’informazione. Se, infatti, i mass media hanno, sin dalla loro nascita, svolto il ruolo di osservatori delle differenti società e culture in cui erano immersi, oggi la situazione è sensibilmente cambiata: il settore mediatico si sta sempre più trasformando in un mercato economico paragonabile a quelli tradizionali. I paragrafi seguenti hanno lo scopo di mettere in luce ed analizzare i punti più rilevanti ed, in alcuni casi, critici che caratterizzano questo processo di evoluzione della comunicazione di massa.
Come si trasformano i mass media
Negli ultimi decenni è stato attuato un processo di “commercializzazione” – riprendendo la terminologia utilizzata, tra gli altri, da Picard – ovvero un processo di ri-definizione dell’identità di un mezzo di comunicazione di massa – sia esso un giornale quotidiano, un’emittente radiofonica, un portale internet o una rete televisiva – in cui ai valori sociali e di servizio pubblico tradizionalmente inseriti nella mission dell’azienda vengono affiancati obiettivi più prettamente imprenditoriali. Nella maggior parte dei casi, ciò non è avvenuto in modo del tutto naturale ed indolore: spesso i valori “nuovi” hanno trovato spazio all’interno delle redazioni solamente a scapito dei valori “tradizionali”: questo processo può portare con sé una graduale diminuzione del livello qualitativo dell’informazione prodotta dal medium. Le cause di questa svalutazione del ruolo sociale dei media sono da ricercare in un recente passato, in cui questo tipo di settore ha visto i suoi attori principali mutare in modo sostanziale.
È necessario, per prima cosa, considerare che uno dei settori portanti della mass communication, ovvero quello della stampa quotidiana, ha oggi raggiunto un avanzato stadio di maturazione. Il mercato è in alcuni casi stagnante, ed ha possibilità di sviluppo praticamente nulle; le vendite nei principali mercati mondiali sono in calo (Picard, 2004) e gli editori si trovano a competere per l’attenzione di lettori che hanno ormai accesso ai flussi di informazione grazie a modalità molteplici ed in costante e rapidissima evoluzione. L’aumento della profittabilità del settore che ha caratterizzato il periodo dal secondo dopoguerra agli anni ’80 – periodo in cui l’esponenziale crescita degli investimenti pubblicitari delle economie in ripresa e la conseguente nascita delle TV commerciali hanno dato una spinta fondamentale al settore – si sta ormai affievolendo, e le aziende mediatiche si trovano in una situazione di competizione agguerrita e diminuzione degli introiti. La naturale conseguenza è la ricerca dell’ottimizzazione del rapporto tra costi e ricavi, l’adozione di economie di scala e, soprattutto, la ricerca di una maggiore competitività attraverso processi di integrazione orizzontale e verticale. In questo modo nascono poche, grandi imprese mediatiche – o media groups – che si contendono fasce sempre più ampie del pubblico globale e che, in definitiva, hanno esteso il controllo sulla maggior parte dei canali di comunicazione a livello globale (ibid.).
Alcuni esempi di media conglomerates particolarmente influenti possono essere utili per comprendere quanto esteso – tra più settori e più Paesi – sia il controllo che essi esercitano sui flussi comunicativi: la holding italiana Fininvest opera nel settore dei media attraverso l’editore Mondadori e la più grande televisione commerciale italiana, Mediaset; allo stesso gruppo appartiene, inoltre, la compagnia assicurativa e bancaria Mediolanum. La tedesca Bertelsmann, analogamente, possiede il maggiore broadcaster televisivo europeo (RTL Group), una delle principali case editrici mondiali (Random House), il principale editore di periodici europeo (Gruner + Jahr), ed opera inoltre in altri settori quali l’editoria musicale e la produzione di servizi per la comunicazione.
Risultati del processo di trasformazione
Le conseguenze del processo di commercializzazione sopra descritto possono essere riassunti in SETTE differenti punti, che presentano in modo distinto altrettante problematiche:
1) Cambiano gli obiettivi – da azienda ad impresa
I media sono a tutti gli effetti delle aziende: parte delle attività quotidiane sono legate alla gestione di denaro, come ad esempio la vendita di spazi pubblicitari in base alle vendite / agli ascolti, le attività di sponsorizzazione, la gestione dei costi e la raccolta degli introiti, la contabilità. Ciò comporta che anche i media sono soggetti alla pressione del mercato, alle variazioni legate a particolari congiunture e ai cicli economici, e tuttavia ciò non aveva influenzato, fino a pochi decenni fa, la funzione di servizio pubblico che media pubblici, totalmente, e media privati, in parte, svolgono nelle società moderne. La situazione assume un aspetto differente quando queste aziende si trasformano in vere e proprie imprese: in questo, frequente, caso lo scopo principale dell’azienda – il suo motivo di esistere – non consiste più nell’offerta di servizio pubblico, ma nella generazione di un risultato economico. Quanto detto è confermato, tra gli altri, dalle parole di Klaus Josef Lutz, executive del quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, che senza utilizzare eufemismi afferma: “le case editrici di quotidiani sono imprese che mirano ad obiettivi imprenditoriali chiaramente definiti: il loro scopo consiste nella produzione di profitti” (trad. da Lutz, 2007). Si tratta, a tutti gli effetti, di uno scontro di valori, ovvero tra la funzione sociale del giornalismo classico ed i valori della neonata anima commerciale.
2) Cambiano i rapporti tra audience, media e fonti di finanziamento
Tradizionalmente l’attività giornalistica consisteva principalmente, riassumendo in modo semplificatorio ma non semplicistico, nel fornire contenuti informativi che rispondessero ai criteri di qualità giornalistica (per approfondimenti si veda Russ-Mohl, 2002) ad un pubblico di fruitori, mentre le fonti di finanziamento – su tutte, la pubblicità – permettevano alle aziende mediatiche di sopravvivere e di svolgere la loro funzione “sociale”. Oggi il mercato dei media è caratterizzato dalla sua natura a “doppio prodotto”: contenuti per il pubblico, e pubblico per pubblicitari (Doyle, 2002). Appare sempre più evidente come il pubblico non sia più il destinatario delle attenzioni dei media, ma un agglomerato di “bulbi oculari” (eyeballs) da rivendere ai pubblicitari allo scopo di generare profitti. In pratica, le fonti di finanziamento sono i destinatari la cui attenzione è frutto dell’interesse dei media, mentre il pubblico – in base ai concetti di audience, venduto o share – è sempre di più il mezzo per raggiungere tale attenzione.
3) Cambia l’audience di riferimento
Sulla base di quanto detto al punto 2), appare evidente come la fortuna economica di un mezzo di comunicazione di massa sia strettamente legata alla quantità di pubblico che esso è capace di attrarre; ciò detto, si è verificato un graduale passaggio ad un “audience totale”, destinatario di un processo di informazione i cui contenuti sono sempre più “generalisti” (Picard, 2004). La tendenza alla creazione di un vasto pubblico per contenuti di informazione si contrappone alla tendenza di narrowcasting , radicalmente opposta, che caratterizza i contenuti di intrattenimento televisivo. Le piattaforme multi - canale, satellitari e digitali terrestri, ne sono chiari esempi.
4) Cambiano i contenuti
La concentrazione proprietaria e la nascita di grandi conglomerati di media ha generato un inevitabile omogeneizzazione dei contenuti, sempre più “amorfi” e generici per adattarsi a settori di pubblico ampi. Si verifica un graduale abbandono dei contenuti più strettamente legati ai contesti locali, che attivano un pubblico più ristretto e che comportano costi maggiori rispetto alle fonti utilizzate per le news di livello nazionale o mondiale (ibid.). Diminuisce, inoltre, l’impiego di materiale auto – prodotto (cfr. punto successivo).
5) Cambiano le fonti di informazione
Conseguentemente al passaggio dalla copertura di eventi locali o regionali a contesti nazionali o internazionali, i media tendono generalmente ad utilizzare come fonti principali grandi agenzie stampa che forniscono questo tipo di servizio a centinaia o migliaia di altri media nel mondo. Anche questo fenomeno dimostra come l’informazione ed i contenuti di questo genere siano sempre più legati a – in questo caso, generati da – grandi aziende di portata mondiale.
6) Si creano legami di dipendenza dalle fonti economiche
Vista la nuova conformazione delle relazioni delineata al punto 2), è possibile affermare che la sopravvivenza ed il risultato economico dei mass media è strettamente dipendente dalle fonti economiche che li supportano, dagli inserzionisti pubblicitari in primis. Le aziende mediatiche che assumono una grandezza tale da essere quotate in borsa, inoltre, si trovano ad essere dipendenti anche dagli azionisti, che in questo caso sono proprietari di parti di azienda e che, quindi, mirano non certo al miglioramento della qualità dei contenuti o alla garanzia di servizio pubblico, ma piuttosto vogliono assicurarsi la bontà degli investimenti in cui hanno impiegato i propri capitali (ibid.).
Un’ennesima conferma della crescita del potere detenuto dalle fonti economiche dei media e dell’effettiva pressione esercitata sulle pratiche redazionali – giornalismo e business dovrebbero essere elementi distinti all’interno delle aziende mediali, anche se si tratta sempre più di un concetto ideale piuttosto che realmente applicato – è offerta dal già citato Klaus Josef Lutz, che nello stesso saggio afferma:
“Nei paesi socialisti e fascisti, la fedeltà al partito è la prima delle priorità per i giornalisti. Nonostante non viviamo in contesti simili, sono a conoscenza di molteplici esempi dove numerosi contributi giornalistici sono stati rifiutati (dagli editori) quando si trattava di accuse dirette e che contrastavano gli interessi dei maggiori inserzionisti” (trad. da Lutz, 2007)
7) La concentrazione proprietaria diminuisce la criticità
Un altro tema strettamente legato a quanto finora affermato, con particolare riferimento ai punti 2) e 6), concerne il rapporto tra concentrazione proprietaria e livello di criticità dei giornalisti. Le ricerche condotte da Susanne Fengler sul fenomeno del media reporting negli stati uniti ha evidenziato come il livello di criticità dei giornalisti sia drasticamente ridotto quando l’oggetto della loro analisi è la propria impresa, o un’impresa legata – in termini di proprietà – al medium per il quale lavorano (Fengler, 2003). In questo senso, un’alta concentrazione proprietaria riduce il numero di aziende verso le quali ciascun giornalista può essere effettivamente critico senza il timore di ripercussioni sulla propria vita professionale.
Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Table Normal"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0in 5.4pt 0in 5.4pt; mso-para-margin-top:auto; mso-para-margin-right:0in; mso-para-margin-bottom:auto; mso-para-margin-left:0in; text-align:justify; mso-pagination:widow-orphan; font-size:11.0pt; font-family:"Calibri","sans-serif"; mso-ascii-font-family:Calibri; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Calibri; mso-hansi-theme-font:minor-latin;}
Testi di riferimento
Doyle, Gillian. 2002. Understanding Media Economics. SAGE Publications. I, 10-13.
Fengler, Susanne. 2003. Holding the News Media Accountable: A Study of Media Reporters and Media Critics in the United States. Journalism & Mass Communication Quarterly. Vol. 80, No. 4, Winter 2003: 818 – 832.
Lutz, Klaus Josef. 2007. PR – A Trojan Horse or a Subsidy for Newspaper Publishers? In Merkel, B., Russ-Mohl, S. e Zavaritt, G. (eds.). A complicated, Antagonistic & Symbiotica Affair: Journalism, Public Relations and their Struggle for Public Attention. Giampiero Casagrande Editore. Lugano – Milano.
Picard, Robert G. 2004. Commercialism and Newspaper Quality. Newspaper Research Journal. Vol. 25, No.1, Winter 2004, 56.
Russ-Mohl, Stephan. 2002. La difficile ricerca della qualità giornalistica in Studies in Communication Sciences 2/1. Università della Svizzera Italiana. Lugano. 105-130.
Gerardo Bramati - Università della Svizzera Italiana
|
Comments